Porco quotidiano

sklero di mezza estate

Giuro che ci ho provato.
Mi sono davvero sforzato farmi andare a genio le tue manie di accumulo, i turni di pulizia, i tuoi amici di merda, le tue serie da giappominchia, dungeons e dragons, quella ritardata della tua consorte.
Mi sono sforzato di farmi andare a genio te.
Sforzi inutili.
Sono venuto a vivere a casa tua al termine della quarantena. Ti sei da subito premurato di spiegarmi quali erano i miei spazi, quale pentolame potevo adoperare e quale no, quali spezie erano in comune, i turni di pulizie e tante altre cagate che porcoddio manco in un convento.
Diciamo che ti sei da subito qualificato come un coglione ai miei occhi.
La cosa più fastidiosa di vivere a casa tua è sicuramente non avere neanche un ripiano nel frigorifero.
A parte te, si intende.
Mi hai detto che ti saresti impegnato a consumare le scorte di cibo che hai accumulato durante quei mesi e che mi avresti liberato un po’ spazio.
A distanza di mesi non ho ancora posto per mettere in fresco neanche una morettona.
Il congelatore invece checcazzo ne parliamo a fare? L’ultima volta che l’ho aperto mi è caduto capitan findus e l’equipaggio sul piede.
La mia credenza consiste in un piccolo ripiano riciclato, da condividere con il tubo della cappa.
Tu ne hai una vera. Piena come se domani arrivasse il lockdown. Per te è semplicemente inconcepibile che una cosa stia al supermercato fino al momento in cui ti serve. Dico bene?
Onestamente, non sei così importante da farmi arrabbiare davvero.
Non sei neanche cattivo. La tua unica colpa è essere un emerito coglione.
La cosa mi va bene così. Basta ridurre al minimo le interazioni e fare piccole spese giornaliere da consumare sul momento.
Va bene.
Non mi faccio di certo venire l’ulcera.
Non per te.
Coglione.
Mi sono sorpreso quando, dopo una lunga e estenuante giornata di lavoro, ti ho trovato sull’uscio di casa con una strana espressione a cavallo tra l’imbarazzato e il preoccupato.
Io ero stanco e affannato e credo di averti fissato a lungo con occhi color rosso esaurimento. In attesa di una tua dichiarazione.

Oh bu’.. Sono rimasto chiuso fuori

Il solito idiota.
Ma non mi convinci, neanche un po’.
Qui c’è una granata a frammentazione che sta per deflagrarmi tra le chiappe sudate.
Sto per inciampare in un campo minato.

In realtà stavo per chiamarti. Ho già chiamato pure il proprietario che sta arrivando. Oggi è successa una cosa mentre non c’eri.

Comincio già a bestemmiare, rimbombando in tutto il palazzo senza neanche sapere cosa.
Una volta entrato in casa lo spettacolo che mi si presenta è questo.

Continui a parlarmi con una voce da lutto.

Fortunatamente eravamo in camera e non si è fatto male nessuno. Abbiamo sentito solo il boato.

Chissà perché la prima cosa che mi viene in mente sei tu intento a posare un ultimo barattolo di chissà che cazzo dentro il mobile.
Vorresti farmi credere che la credenza abbia arbitrariamente deciso di farla finita e di lanciarsi nel vuoto?
Sento l’embolo che ribolle ma resisto all’impellenza di mettermi a urlare.
Mi giro una sigaretta e osservo il disastro senza dire una parola.
Recupero l’unica cosa che mi appartiene dalle macerie. Un sacchetto di patatine. Mi siedo al tavolo e comincio a sgranocchiarle assistendo allo spettacolo e penso che è il mio compleanno.
Sono assorto guardando quel disastro. Mi passa la vita davanti e rifletto sulla sua vanità.

Dopo che il proprietario va via cominciamo a sistemare.

In quel frangente hai davvero varcato la linea.

Sarebbe inutile risponderti.
Piuttosto ti lascio da solo, con l’elefante nella stanza.
Perché non è un mio problema.
Perché oggi è il mio compleanno.
Perché domani potrebbe arrivare il lockdown e fidati se ti dico che non vorresti passarlo con me.

Finisco la mia sigaretta e vado via.


A distanza di giorni non sono ancora tornato a casa.

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